Una tela da dipingere
E Dio mi perdoni per la brutta parola, ma ero proprio incazzata. Ero perfettamente
consapevole di essere aggressiva, a volte persino scorbutica e scontrosa, ma
avevo coraggio. Coraggio da vendere. Avevo un quadro davanti. Anzi, no. Era
una tela bianca. Io dovevo dipingere il quadro. La vita di Maria. Bambina, ragazza,
donna down. In quella tela ci dovevo mettere la mia famiglia. Mia madre, mio
padre, mio marito, Sara, la prima figlia, la più grande, di otto anni,
e i miei fratelli. Anche a loro dovevo dare una speranza. E loro dovevano essere
coinvolti perchè sarebbero stati importantissimi per Maria. Maria doveva
avere una grande famiglia intorno e, al tempo stesso, sentirsi lei parte importante
e fondamentale. Ecco, io dovevo prospettare un futuro. E certo avrei dovuto
lottare e impegnarmi più del normale. Una sola scelta: questa.
L'urlo di Sara.
Quell'urlo di gioia non lo dimenticherò mai. Il suo grido di pura felicità.
Finalmente "quella" sorellina era arrivata e lei non si è più
trattenuta quando al telefono le ho comunicato che era nata Maria. Sara è
uscita come una furia da casa per andare nel pollaio a gridarlo alle galline.
E le galline si agitavano, correvano impaurite da una parte all'altra frastornate
e sgomente. Come potevano capire la fanciullesca contentezza di Sara. Come potevano
essere partecipi di tanta esplosione di incontenibile e irrefrenabile gioia.
Non potevano. Ma quei pennuti per Sara rappresentavano il mondo esterno. Erano
gli altri. Una bambina sana di otto anni ha dimostrazioni e manifestazioni "normali",
atteggiamenti e sentimenti comuni e bisogni ai quali dare sfogo. E quell'attesa
lunga nove mesi fatta di giorni di mani sulla pancia in silenzioso ascolto di
una vita che batte e si muove, di racconti su quello che tra poco potrà
essere, ha creato le premesse per un urlo liberatorio e quelle stupide galline,
il cane e tutto il creato dovevano essere informati della venuta di questa sorellina.
.
Una bambina che corre. Una bambina che sfreccia senza soffocare la gioia e va
ad annunciare l'arrivo di una nuova vita: quella di sua sorella. Questa immagine,
questa foto dai colori caldi, diventa, in pochi giorni, una foto in bianco e
nero in cui il nero prevale sulla neutralità del bianco.
E' il nero del pozzo nero della mia vocina spezzata dall'angoscia che trova
un momento, lo cerca e lo ricerca per dire a Sara che Maria, la sua sorellina
appena nata, è affetta dalla sindrome di down. Ho solo detto che Maria,
rispetto a tutti gli altri bambini normali, aveva un cromosoma in più.
Ovviamente ho molto semplificato le spiegazioni riducendo la scienza e la ricerca
a facili informazioni. Non sono entrata in questioni di ordine etico - religioso
nè tanto meno ho voluto soffermarmi su tutte le conseguenze, non ultime
quelle razziali, che la malattia genetica di Maria avrebbe causato. Non era
tempo per farlo. Non era il tempo di dire.
>> segue
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