Sara era straordinariamente intelligente e precoce.
Era bella. E' bella Sara. Maria aveva sempre qualcosa: il nasino colava, gli occhi lacrimavano, la febbre, il pediatra e le cure.
Il suo corpo è un puzzle. Un puzzle che impazzisce con molta più facilità dei corpi normali. Ogni tassello deve combaciare perfettamente con l'altro e se uno di questi tasselli si indebolisce e salta tutta la catena si spezza e deve essere ricomposta.
Maria si scompone e si ricompone si spezza e si incolla.
E poi? E ora? Leggevo e lavoravo a scuola lavoravo e mi arrabbiavo; lavoravo
a casa e non mi fermavo mai e così facevano tutti. Fermezza, cercare,
stimolare, rigore, amore, lotta. Io madre, Maria e il suo corpo. Toccare, toccare,
toccare e toccare ancora. Sentire con il tatto. Caldo, freddo, tiepido, acqua,
fuoco. Oggetto che cade. Rumore. Suono. C'è tutto da imparare, da guardare,
da osservare e io sono la madre. Ma tutto questo, oltre che l'inizio, non era
sufficiente. No, bisognava fare di più e tentare anche con metodi innovativi
e poco ortodossi.
Sapevo che a Parigi esercitava un medico che, senza fare miracoli, aveva affrontato
la sindrome di down e l'handicap più in generale in modo diverso, almeno
rispetto alla passività corrente della scienza o della tradizione medica.
Iniziano i primi contatti telefonici e l'accordo è presto raggiunto.
Si parte per Parigi e il Prof. Lejeune mi riceve in ospedale. Si dimostra una
persona splendida. E' un genetista. Un genetista meraviglioso e un uomo meraviglioso.
Pare che abbia avuto un figlio con gli stessi problemi di Maria. Non sono stata
ad indagare. Forse sì, forse no. Chissà.
"E' una bambina dolce, avrà un carattere eccezionale e le darà
molte soddisfazioni." Queste mi disse Lejeune. Da che cosa avesse potuto
intuirlo o presupporlo non lo saprò mai, ma questo mi disse. Avrebbe
potuto non dire nulla e invece lo affermò con molta decisone e sicurezza
e onestà. Sì, onestà. Quelle parole mi diedero fiducia.
>> segue
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