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Vitamine e parole

Per alcuni anni andammo a Parigi.
Maria si sottoponeva di buon grado alle visite e a tutti i test psicologici che le imponevano e sapeva interpretare sempre molto bene forme e colori.
Le risposte erano ottime.

I primi incontri Parigini. L'ansia e l'attesa e la speranza. Anche il mio, in un certo senso, poteva considerarsi uno tra i tanti viaggi della cosiddetta speranza.mari: E, in effetti, in quell'ospedale nella capitale francese di speranza, ma non solo, ne ho ricevuta. Ho avuto conferme e maggiore sicurezza, più consapevolezza nelle potenzialità di Maria e, sotto certi punti di vista, anche indicazioni e ispirazioni, che potevano aprirmi nuovi orizzonti per immediate e future applicazioni metodologiche. Quelle affermazioni e quei successi che, in qualche modo, si concretizzavano in terra di Francia, mi manifestavano e significavano che la mia piccola bambina poteva (e doveva) essere "trattata" e educata alla stregua dei normali. Quei figli normali verso i quali è comunque necessario essere duri e fermi e rigorosi (almeno io lo pensavo e lo penso tuttora) ma, parimenti, teneri e affettuosi. E non ho mai dubitato che tale processo pedagogico e didattico potesse indurre a confusione il bambino o il preadolescente a condizione che le pratiche in questione non vengano estrimizate o ideologizate e, quindi, attuate tanto per farlo o per sentito dire.
Occorre controllo sulle emozioni ma, contemporaneamente, saperle liberare e affermare rispetto alla razionalità. Insomma un elemento non deve mai prendere il sopravvento sull'altro.

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