No, non è stato un miracolo...
Nel caso di Maria ho ritenuto che questi principi pedagogici dovevano essere,
per così dire, accentuati. Lei doveva essere sottoposta a continui stimoli.
E questi stimoli, affinchè li apprendesse dovevano essere imposti e ripetuti
più e più volte. Dovevo ragionare sul che fare, come farlo e quando.
E leggevo. Annotavo. Studiavo. E pregavo il mio Dio e il mio Angelo. E mentre
facevo tutto questo e tutti i giorni, verificavo. Teoria e pratica. Era a
casa che iniziava il mio duro lavoro. Lavoravo per mia figlia e con mia figlia.

Procedevo con gradualità nell'affrontare il recupero della bambina. Ma
da dove cominciare? Non c'era che l'imbarazzo della scelta.
Abbiamo affrontato prima di tutto l'aspetto motorio. Le gambe, la deambulazione.
E porca miseria non è stato proprio come dire:"Maria, alzati e cammina."
No, non è stato un miracolo. Ma io volevo e dovevo sconfessare la scienza
medica e la statistica. Un individuo affetto da sindrome di Down, secondo le
statistiche appunto, potrà effettuare i suoi primi passi, se tutto va
bene, non prima dei tre anni e sempre i tre anni sono il tempo necessario per
spiaccicare le preme indecifrabili parole.
La scienza medica afferma, empiricamente afferma, che un neonato down non è
in grado di succhiare il latte materno e tant'è che all'ospedale non
ho allattato Maria.
Ci mancherebbe altro sconfessare i testi sacri e le consolidate procedure ospedaliere
in ragione delle quali chi nasce mongoloide non deve o non può essere
allattato. Logicamente il fine è nobile: la madre potrebbe subire un
ulteriore trauma. E già.
Appena tornata a casa svegliavo Maria ogni mezz'ora sia la notte che il giorno.
Non la lasciavo dormire. Ne avrà di tempo per dormire quando sarà
grande.
Io sapevo perfettamente che corrisponde al vero che "questi" bambini
sono talmente buoni e tranquilli che dormono più volentieri degli altri.
Io non la lasciavo dormire.
>> segue
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