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Maria ha imparato a piangere

Maria ha avuto sonni interrotti. Io ero il suo aguzzino, il suo tormento. Piccoli sonni e poi l'interruzione. Sono state migliaia le volte che l'ho attaccata al seno. Lo rifiutava, si girava, piangeva, si indispettiva. E' stato così che Maria ha acquisito l'abitudine a succhiare dal capezzolo. L'ha fatto fino a sei mesi. E succhiava benissimo e senza nessun problema.
maria a judo

Maria rifiutava il ciuccio. Ma il succhiotto aveva, a mio modo di vedere, una funzione fondamentale e importantissima: le avrebbe evitato di tirare fuori la lingua. Io le pizzicavo la lingua. Sempre. Ogni volta che lo faceva io gliela pizzicavo.
Imparò perfettamente a ciucciare, non fosse altro perchè le conveniva.

Maria non piangeva. Maria ha imparato a piangere. Le ho insegnato a piangere. Sì, le ho insegnato a piangere.

Mio Dio, mi dicevo, è così piccola Maria. Ha solo pochi mesi. Mio Dio, farò bene a comportarmi così? Mentre lo interrogavo continuavo a fare da mediatrice tra la mia realtà e quella che immaginavo essere la sua.
Maria era un essere vivente da pochi mesi, e per di più handicappata, ed io, sua madre, ero la sua perfida educatrice.

Parlavo in continuazione e Maria era sempre in braccio con me. Mentre mi trovavo in cucina tra i fornelli. Spiegavo e chiacchieravo. Le facevo sentire il vapore della pentola e il fuoco. Le prendevo la manina e la avvicinavo alla fiammella.
Fuoco le sussurravo. Fuoco le mormoravo.
Le facevo sentire il freddo intenso del ghiaccio e la sua solidità. Frrreddo le bisbigliavo. Frrreddo sillabavo.
Le facevo sentire la liquidità e la scorrevolezza dell'acqua che passa e va. L'acqua che scorre dai rubinetti delle case e si lascia attraversare. Le accarezzavo le mani e le braccine e le piccole dita i mi incuneavo insieme all'acqua. Ac qu a...Ac qua... E poi di nuovo a camminare tra la cucina e le altre stanze e il giardino. E parlavo e camminavo. Camminavo e parlavo.
Non le concedevo tregua e non mi concedevo pause se non i recuperi fisiologici e appena necessari a lei e a me.
Ogni giorno, e persino la notte, Maria era costantemente bombardata dalla mia voce modulata che a volte affabulava altre si imponeva con fermezza. Cercavo di adattare il mio canticchiare, il rumoreggiare e i dialoghi a forme di comunicazione che, via via, la mettessero in condizione di apprendere. Ritenevo che le sensazioni dovessero impadronirsi di lei fino a che potesse distinguerle, riconoscerle e farle sue. E lo doveva fare per tempo e, ancora meglio, se prima di altri.

>> segue



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