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RU MO RE

Maria doveva toccare, odorare, assaporare, gustare, annusare, osservare, tastare. Doveva sentire con tutti gli organi e lo doveva fare sempre e sempre di più. Giocavamo molto sui contrasti e le differenze e nel gioco la mia voce accompagnava i suoi e i nostri tentativi. Una voce che ho sempre ritenuto indispensabile a scandire i suoni proprio per diversificare le sostanziali diversità. E allora allo zucchero corrispondeva la dolcezza della mia vocina. Una vocina buona e zuccherosa che strascicava la parola dolcemente. Mentre al sale accostavo una voce schifata, dura e stridula. E Maria provava sulla labbra l'uno e l'altro e la sua faccina mi faceva capire che ne sentiva i gusti e che, via via, se ne appropriava e lì faceva suoi.
Ma, accidenti, non poteva capire, non poteva distinguere i gusti, seppur così diversi, come non avrebbe potuto qualsiasi bambina normale. No, non avrebbe potuto.
Io continuavo e continuavo e anche se mi ponevo il problema facevo come se non ci fosse e così Maria assaggiava e sentiva la modulazione della mia voce, mai uguale, che scandiva e scompigliava, componeva e scomponeva le parole. Acqua, fuoco, dolce, amaro, rigido, morbido, alto, basso.

"Guarda, guarda Maria. Questo è un bicchiere di vetro. Ora vedrai che il bicchiere farà rumore.

RU MO RE. RU MO RE.

Il bicchiere cadrà e si romperà. Il bicchiere si spaccherà in mille pezzi."
Maria, seduta sul seggiolone, pareva interessata.
"Attenta Maria. Senti, senti Maria. Guarda che ora il bicchiere cade." E con un gesto lento e rallentato lasciavo andare verso il vuoto, verso il pavimento, il bicchiere. "Rotto." "Rumore." "Crash."
Raccoglievo i cocci più grandi e glieli mostravo, quasi glielo imponevo, ma con un versaccio gli facevo capire che non doveva toccarli.
"La mamma prende la scopa e la paletta e adesso raccoglie il bicchiere rotto. Bisogna fare così Maria."
Ripetevamo l'esperimento con un bicchiere di plastica. La scena era identica. Stesse parole, stessi movimenti, stessa attenzione di Maria. Il bicchiere cadeva e non si spaccava. Rimbalzava e rimaneva intatto. Allora lo recuperavo e glielo porgevo. Maria lo guardavo, lo toccava e lo rigirava e, come tutti i bambini, se lo metteva in bocca.
Approfittavo della sua distrazione per fare cadere gli oggetti dalla parte opposta. Se lei era voltata verso sinistra l'oggetto cadeva a destra e viceversa. Maria si voltava di scatto e immediatamente cercava verso il basso.
Tiravo le cose in altro verso il soffitto e Maria ne seguiva la traiettoria con lo sguardo.

>> segue



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